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AGRICOLTURA BIOLOGICA: PERCHÉ?
Ragioni ecologiche, economiche e culturali
 
Questo breve intervento vorrebbe scandagliare il perché, in definitiva, l’agricoltura biologica è saggia e auspicabile per tutti? Credo si possa rispondere a questa domanda impegnativa, individuando tre ordini di ragioni.
 
Ragioni ecologiche.
È sotto gli occhi di tutti che l’agricoltura convenzionale deborda abbondantemente dai normali cicli ecologici. Essa immette nell’ambiente grandi quantità di sostanze che gli ecosistemi non riescono a digerire, restando fortemente inquinati. Pensiamo al problema dei nitrati nei suoli, all’eutrofizzazione dei laghi e dei mari a causa dei concimi chimici dilavati dalle piogge, all’inquinamento delle falde acquifere a causa dei percolati (liquami, diserbanti, insetticidi). Si aggiunga un uso esorbitante d’acqua per sostenere l’alta (e artificiosa) redditività. Ma, si obietta, le alte rese sono indispensabili sia per produrre cibo sufficiente per tutti, sia per vincere la concorrenza dei prezzi. In realtà, la soluzione non miope a questi problemi è un’altra: non una agricoltura innaturale, e quindi di corto respiro, ma un uso esteso dei suoli e un accordo internazionale sul cibo. Non possiamo più tollerare che, ad esempio, la nostra regione perda ogni anno decine di ettari di suolo agricolo per cave, strade, costruzioni civili o industriali ormai inutili, ma puramente speculative. Inoltre, la produzione di cibo, come diritto primario delle persone, dovrebbe sempre più essere sottratta alle logiche dei mercati e del guadagno per tendere solo al bene e alla salute della gente, in tutto il mondo.
 
Ragioni economiche
L’agricoltura convenzionale non solo produce troppo, ma anche costa troppo. Tale costo non si traduce ancora in termini monetari, ma presto lo diverrà, rendendola economicamente insostenibile. Come è risaputo, oggi, ogni caloria prodotta sui campi, esige il consumo di ben otto calorie, ricavate soprattutto dal petrolio, per muovere i mezzi, produrre i presidi chimici, addurre l’acqua, ecc… È però pure risaputo che il petrolio è vicino al suo picco e presto (10-15 anni) incomincerà a scarseggiare, innalzando inesorabilmente i prezzi di tutti i suoi derivati. Che ne sarà della nostra agricoltura così voracemente energivora? Anche qui la soluzione è duplice. Da un lato occorre diffondere sempre più una agricoltura naturale, e quindi a basso prezzo, come è appunto quella biologica che ha rese più modeste, ma una migliore qualità e un minor costo. D’altro lato anche i consumatori devono modificare le loro abitudini. Una dieta prevalentemente carnivora, ad esempio, oltre alle note questioni sanitarie, presenta anche difficoltà finanziarie insormontabili. Se l’orzo, il granoturco, la soia, venissero mangiati direttamente e non dati in pasto agli animali per poi nutrirci di carne, risparmieremmo calorie, suoli e ambiente. Ciò non significa eliminare la carne, ma convincerci che forse ne mangiamo troppa.
 
Ragioni culturali.
L’agricoltura biologica è sostenuta anche da ragioni ideali di non poco peso. Essa permette di sentirci parte solidale della natura. Per il contadino industrializzato la natura è come una fabbrica: le piante e gli animali che coltiva e alleva sono, in fondo, macchine da sfruttare il più possibile onde trarne il massimo profitto. È una prospettiva sbagliata, che sta portando al collasso il sistema “mondo”. Bisogna cambiare visione: la natura è un luogo di relazioni complesse, entro le quali ci siamo anche noi uomini, piccoli nodi di una rete più grande. Se roviniamo la rete, crolleremo tutti. Ci occorre un rapporto non predatorio, ma empatico con la natura. Ciò acquista ancora più urgenza se visto nella prospettiva del futuro. Purtroppo l’approccio mercantile alla realtà, tipico della contemporaneità, ci fa apprezzare solo i risultati immediati delle nostre azioni: quanto ci guadagno oggi e presumibilmente domani? Non oltre. Ma ci auguriamo che l’umanità duri decenni e secoli: allora il problema del futuro si impone come culturalmente ineludibile. Che acqua, aria, suoli lasceremo alle generazioni future? Quanto cibo (sano) potranno prodursi? Questo problema assume un rilievo ancora maggiore per chi, come chi scrive, è credente: l’amore per il prossimo che il Vangelo ci raccomanda non vale solo per i vicini, ma anche per i lontani e per i futuri. La terra non è nostra, ma è di Dio e Lui l’ha consegnata alla nostra responsabilità perché la usiamo con rispetto e amore, a beneficio di tutti. Forse l’agricoltura biologica può aiutarci a raggiungere, insieme con gli obiettivi ecologici ed economici già citati, anche traguardi sociali e teologici che assicurino pace e felicità al mondo intero.
 
Gabriele Scalmana
prete, responsabile della Pastorale del creato della diocesi di Brescia
 
(agosto 2010)
 
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